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Disegnare la montagna, raccontare il latte

Creatività, cura e trasformazione nello sguardo di un’illustratrice

Le immagini che accompagnano la Latteria di Chiuro raccontano molto più di un prodotto: evocano gesti antichi, stagioni, comunità. Dietro a questi disegni c’è la mano di Inge Padovani, illustratrice capace di tradurre la ruralità in segni semplici, vivaci e profondamente comunicativi. In questa intervista ci parla delle sue ispirazioni, del legame con il mondo del latte e della libertà creativa all’interno di un progetto che intreccia tradizione e visione contemporanea. 

 

carla barzano

Inge Padovani

Valtellinese di adozione, artista e creativa, lavora con le immagini da oltre vent’anni, collaborando come illustratrice con la Latteria di Chiuro.
Dopo una formazione al liceo artistico e un approfondimento come tecnico della comunicazione visiva, ha iniziato a operare in piccole realtà locali.
Ha poi dato vita a un laboratorio artistico esperienziale dedicato a chi desidera sviluppare la propria creatività attraverso percorsi di ceramica, pittura e disegno.
Il suo lavoro si rivolge a bambini e adulti, non solo all’interno del laboratorio ma anche in spazi esterni.
La sua vocazione nasce anche dall’esperienza della maternità: crescere le sue due figlie ha messo in luce quanto sia fondamentale, per lo sviluppo individuale, dare spazio alla creatività, in connessione con esperienze ed emozioni.

 
I tuoi disegni restituiscono un’atmosfera molto precisa: quella della montagna, della vita contadina, della semplicità. Da dove nasce questa estetica? A cosa ti ispiri quando crei questi personaggi?

Le mie immagini nascono dall’osservazione e da una memoria emotiva più che fotografica. Mi ispiro ai ritmi lenti della montagna, ai gesti ripetuti che diventano quasi rituali. Cerco di sintetizzare, di togliere il superfluo per arrivare a una forma essenziale ma viva. I personaggi che disegno sono spesso archetipi: rappresentano un modo di vivere più che persone specifiche. Ogni volta che illustro penso a un’atmosfera, a un modo di sentire, a una modalità contemplativa di stare a contatto con dimensioni bucoliche.

C’è un legame personale tra te e il mondo del latte, delle latterie, della produzione casearia? Hai ricordi d’infanzia che tornano nel tuo lavoro?
Sì, il legame è molto profondo. Mi ha influenzata soprattutto la dimensione contadina della mia famiglia: in campagna, da piccola mi annoiavo molto. E’ stato proprio per animare quella noia che nasceva l’osservazione delle piccole cose. Oggetti, azioni, come la falciatura dell’erba, sono diventati il mio centro di attenzione. È lì che ho percepito un incanto: nella dimensione agricola i sensi si collegano alle percezioni, alle immagini, ai gesti. Quando disegno per la Latteria non penso solo al prodotto finito, ma a tutto ciò che c’è dietro: il lavoro, la pazienza, il tempo. Dopo aver progettato le immagini a tavolino, il momento della pittura mi riconnette a queste esperienze, fa rinascere il mio vissuto.
Nel tuo lavoro per la Latteria di Chiuro emerge una narrazione coerente e riconoscibile. Come si costruisce questa identità visiva?

È un processo fatto di ascolto. Cerco di entrare in sintonia con i valori della realtà con cui collaboro. Con la Latteria è stato naturale lavorare su un immaginario fatto di autenticità e territorio. I colori, le forme, i personaggi: tutto contribuisce a costruire un linguaggio immediatamente leggibile ma anche evocativo. All’inizio abbiamo messo a fuoco l’intento comunicativo: era necessario raccontare la vita materiale che ruota attorno al latte. Da qui è nata l’idea di creare fondi materici a partire da una base circolare sotto la superficie dipinta. Il centro di queste tracce diventa un punto di focus che guida lo sguardo dell’osservatore, un po’ come i cerchi concentrici che si espandono nell’acqua quando si tira un sasso. Sono onde che si sciolgono, ma anche che si aprono e accolgono l’immagine insieme alle emozioni di chi osserva, generando colori vibranti e dettagli che rendono vivo ciò che dipingo.

Qual è il tuo rapporto con Matilde Robustelli della Cuna? Il dialogo con chi si occupa di educazione e marketing influenza il tuo processo creativo?
Sono grata al gruppo di lavoro della comunicazione della Latteria, in cui Matilde ha un ruolo fondamentale. Con lei c’è uno scambio continuo, basato sulla fiducia. Porta una visione strategica e educativa, insieme al grafico e ad altre persone sempre disponibili e capaci di costruire sinergie. Io traduco tutto questo in immagini. Il dialogo arricchisce molto il mio lavoro, perché mi permette di non restare chiusa in una dimensione puramente estetica, ma di pensare anche alla funzione comunicativa del disegno.
Il progetto “Latte di Natale” ha una forte componente simbolica ed emotiva. Come lo interpreti e quale ruolo senti di avere al suo interno?

Lo vedo come un racconto collettivo che unisce tradizione e contemporaneità. Il mio ruolo, come membro della giuria, non è solo quello di valutare, ma anche di leggere e tradurre i messaggi che arrivano: interpretare, dare forma visiva a emozioni e narrazioni, stimolando una riflessione sui temi importanti che ogni anno vengono proposti. È anche un lavoro di collaborazione, in cui cerchiamo di mantenere un equilibrio tra semplicità e profondità. È un progetto che parla di dono e di comunità, e questo mi coinvolge molto.

All’interno di questa collaborazione ti senti libera di esprimerti? Quanto è importante, per un’illustratrice, avere spazio creativo?
La libertà è essenziale, e io mi sento espressa, rispettata e libera. Quando c’è fiducia reciproca, il lavoro diventa più autentico. In questo caso posso proporre e sperimentare, pur restando dentro un’identità condivisa. Il confronto genera anche parei diversi, ma riusciamo sempre a trovare la giusta misura. Questa collaborazione mi ha fatto crescere negli anni: è un equilibrio prezioso, che valorizza e potenzia le capacità individuali.
Essere illustratrice oggi, e in particolare essere una donna in questo ambito: cosa significa per te?

Significa trovare la propria voce e diffonderla. È una professione che permette una grande autonomia espressiva. Credo sia importante raccontare anche il lavoro femminile in tutte le sue sfumature, senza stereotipi. L’illustrazione, in questo senso, è uno strumento potente. Lavorando nella comunicazione visiva cerco di trovare e diffondere la mia voce: una voce fatta di poesia, delicatezza e sensibilità, capace di portare valore femminile nella realtà.

Se dovessi riassumere in una parola il tuo lavoro per la Latteria di Chiuro, quale sceglieresti?
Direi “cura”. Cura nel modo di esprimermi, nelle relazioni, nel dare valore a ciò che spesso rischia di passare inosservato. Cura come attenzione ai dettagli, ai gesti, ai tempi: quelli del lavoro artigianale, ma anche quelli necessari perché un’immagine possa davvero comunicare. Perché ogni segno, anche il più semplice, nasce da uno sguardo profondo e da un ascolto autentico di ciò che si vuole raccontare.

 

 

carla barzano

Intervista a cura di Carla Barzanò

Carla Barzanò, dietista, giornalista, esperta di didattica dell’educazione alimentare, autrice di diversi libri dedicati ai bambini e alle famiglie, conduce dal 1989 laboratori di cucina e di assaggio per adulti e bambini. Ha progettato  e coordinato numerosi progetti di educazione del gusto costantemente monitorati e rinnovati con la metodologia della ricerca-azione, con l’obiettivo di valorizzare gli aspetti quotidiani dell’alimentazione. In queste sedi ha incontrato un folto gruppo di interlocutori, di ogni fascia d’età. Si impegna a divulgare pratiche per una alimentazione sostenibile in sintonia con gli obiettivi dell’agenda Onu 2030.

 

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